greyimg

Chi ha tradito Mario Francese

Scritto da Salvo Palazzolo il 16 giugno 2011 |  
Pubblicato nella categoria Il blog inchiesta

Chissà perché mai nessun giornalista siciliano ha provato a scrivere un libro sulla storia di Mario Francese. L’ unico punto di riferimento per conoscere in maniera approfondita il cronista di giudiziaria del “Giornale di Sicilia” assassinato da Cosa nostra il 26 gennaio 1979 resta il volume promosso dall’ Ordine dei giornalisti di Sicilia e pubblicato da Gelka nel 2000, “Mario Francese, una vita in cronaca”. Ma è come se quel libro fosse scritto dallo stesso Mario Francese, perché è una raccolta preziosa dei suoi articoli, introdotti dalle riflessioni di giornalisti, storici e magistrati.

Rimane la domanda: perché nessun giornalista siciliano ha mai raccontato in un libro-inchiesta la vicenda umana e professionale di Mario Francese? Adesso che un libro su di lui è stato pubblicato (”Il quarto comandamento” – Rizzoli), e per di più da una giornalista non siciliana (Francesca Barra, conduttrice del programma di Radio 1 Rai “La bellezza contro le mafie”) la questione è aperta. Perché per tanti anni la vita e la morte di Francese non hanno fatto notizia? È la stessa domanda che si poneva Luciano Mirone, nel suo libro dedicato ai giornalisti siciliani uccisi dalla mafia, dal significativo titolo “Gli insabbiati” (Castelvecchi editore, 1999). È la domanda che ha schiacciato uno dei figli di Francese, Giuseppe: dopo aver cercato a lungo di ottenere giustizia, si è tolto la vita, il 3 settembre 2002. Processi e sentenze avevano individuato il sicario e i mandanti dell’ assassinio di suo padre, ma Giuseppe riteneva che non fosse stata raggiunta tutta la verità.

Nel racconto di Francesca Barra, il cronista e suo figlio sono insieme già dal sottotitolo: “La vera storia di Mario Francese che sfidò la mafia e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia”. Perché i processi che sono stati celebrati hanno avuto un merito, quello di aver tirato fuori dai ricordi confusi di una città alcuni punti fermi: le inchieste di Francese raccontavano già cosa sarebbe diventato il potere dei nuovi mafiosi. I processi hanno spazzato via soprattutto il tam tam che per troppi anni ha continuato a girare fra le redazioni e i salotti buoni: «Se l’ è cercata. Il posto preferito di Francese era accanto al pubblico ministero, quasi a voler fare da suggeritore dell’ accusa. Era un’ inutile sfida la sua». La conclusione della cantilena, che troppo spesso veniva affidata dai più anziani ai giovani cronisti, faceva pressappoco così: «Chissà chi l’ ha ammazzato, ma a questo punto può essere stato chiunque». Oggi, non si può più dire questo di Mario Francese. Eppure, la sua storia è ancora poco raccontata.

Chi ha vissuto i giorni del processo potrebbe testimoniare che durante quelle udienzei giornalisti di Palermo hanno vissuto un dramma lacerante. Perché è rimasta l’ ombra di uno o più traditori alle spalle di Francese. Nel settembre 1978, Cosa nostra aveva deciso una vera e propria strategia d’ attacco contro l’ informazione ficcanaso. Prima, colpendo l’ auto del direttore del “Giornale di Sicilia” Lino Rizzi. Poi un mese dopo, la casa di Casteldaccia del capocronista Lucio Galluzzo. Hanno detto i pentiti che Riina voleva fermare a tutti i costi una linea editoriale. Ma a settembre Francese non è al giornale, sta in convalescenza. E ci resterà sinoa fine anno. Eppure, l’ escalation prosegue, come sei mafiosi sapessero che Francese non se ne sta con le mani in mano. Anzi, affina lo scoop della sua vita, un grande dossier sulla mafia, che ha consegnato a maggio. Di tanto in tanto, il cronista va in redazione, chiede che fine abbia fatto il suo lavoro, perché non sia stato ancora pubblicato. All’ inizio del gennaio ‘ 79, al ritorno in servizio, Francese ha il sospetto che il dossier sia filtrato all’ esterno. Qualcuno ha tradito Mario Francese? È la domanda che si poneva suo figlio Giuseppe.

È una storia scomoda, questa. Ma è pur sempre una storia di 32 anni fa e molti giornalisti di oggi non hanno neanche vissuto quella complicata stagione. Deve esserci dunque qualche altra ragione perché la storia di Francese non abbia fatto notizia per così tanto tempo. Un indizio lo offre il libro di Francesca Barra quando descrive la vita normale di quel cronista che era arrivato a Palermo da Siracusa. Non si atteggiava a eroe dell’ antimafia: cercava solo storie, personaggi, fatti. E non li trovava di certo nelle veline di qualche ufficio stampa. Forse, visto dall’ era di Internet, il giornalismo di Francese sarà sembrato arcaico a qualcuno. Forse, la generazione dei quarantenni in cronaca non si è mai davvero fermata a riflettere sull’ eredità che è stata chiamata a raccogliere: prima, assillata dalla palude del precariato, poi stretta negli ingranaggi veloci dell’ informazione cosiddetta moderna, che tutto masticae di niente sembra aver memoria. Forse,i riti dell’ antimafia hanno ormai fatto passare in secondo piano persino le vittime e la ragione della loro morte.

Questo non è un atto d’ accusa. Solo, un ragionevole ventaglio di ipotesi per una possibile autocritica da parte della generazione dei giovani cronisti siciliani.

Il tesoro della Chiesa di Palermo e don Pino Puglisi

Scritto da Salvo Palazzolo il 15 giugno 2011 |  
Pubblicato nella categoria Il blog inchiesta

Ho scritto ieri su “Repubblica” di un argomento di cui si è sempre saputo ben poco, il patrimonio della Chiesa di Palermo.

Case ai privati, la Curia sotto accusa
Monsignor Pecoraro, ex economo della diocesi: “Un patrimonio gestito male”

Un dossier di 28 pagine sta agitando la Chiesa di Palermo. È stato spedito al cardinale Paolo Romeo, al suo vicario generale Carmelo Cuttitta e agli altri vicari diocesani. Ma non solo. È arrivato anche a una quarantina di sacerdoti, con un´intestazione che è già preludio di temi delicati: «Mi rivolgo a quei confratelli che possono influire positivamente al corso della storia palermitana di questo secolo», ha scritto l´autore del dossier. Perché il tema che promette di affrontare entra nelle viscere non solo della Chiesa di Palermo, ma anche della città. È il tema del patrimonio milionario della diocesi, alimentato da donazioni ed eredità che si perdono nella notte dei tempi. Come è stato gestito questo grande patrimonio? Com´è gestito oggi?
Queste sono le domande che si pone l´autore del dossier, che è uno dei nomi più noti della Chiesa di Palermo: monsignor Giuseppe Pecoraro, che dal 1976 al ´95 è stato l´economo della diocesi e ha lavorato al fianco del cardinale Pappalardo. Lo hanno spesso dipinto come un potente della Chiesa, ma adesso che non è più neanche parroco monsignor Pecoraro cerca un appartamento da prendere in affitto, e intanto è ospite di parenti.
Nei mesi scorsi ha scritto al delegato per i beni temporali, monsignor Giuseppe Randazzo, chiedendo di poter usufruire di uno degli appartamenti che la diocesi possiede in via Bonello, all´angolo con vicolo del Pellegrino. Ma non gli è arrivata risposta. Così è nata l´idea del dossier. E il primo capitolo è proprio quello riguardante gli appartamenti che nel corso degli anni erano stati acquistati per i sacerdoti. Nel 1980, durante la gestione Pappalardo, un privato ne donò quattro. Altrettanti furono acquistati in via Os 1, nei pressi di corso Tukory. Ai sacerdoti senza casa aveva pensato anche il cardinale De Giorgi, il predecessore di Romeo, che aveva destinato allo scopo una palazzina di piazza Sett´Angeli, pure questa acquistata da Pappalardo.
Pecoraro lamenta che tutti questi appartamenti sarebbero oggi affittati a privati e non ai preti che ne hanno bisogno. Nel suo dossier, l´ex economo parla anche di altri immobili della diocesi: «Via Novelli, corso Vittorio Emanuele 486 e 488».
A chi sono affittati dunque gli appartamenti destinati ai sacerdoti senza casa? E, soprattutto, a quale canone mensile? Monsignor Pecoraro lamenta il fatto che da cinquant´anni non esista una vera e propria casa del clero nella diocesi. E la conclusione del dossier è destinata a innescare un dibattito: «La Chiesa non può farsi guidare unicamente dalla logica del profitto. Ecco perché continuo ad attendere una risposta alla richiesta di affittare un appartamento. Non si può accettare che il clero anziano o ammalato sia considerato rottame».

Ecco un’intervista a monsignor Pecoraro, che rivela alcune cose inedite a proposito del rapporto fra don Pino Puglisi e la Curia di Palermo. “Repubblica” ha titolato così:
“In quei conti c´erano due miliardi ma a padre Puglisi solo 20 milioni”

Monsignor Pecoraro, grazie al suo dossier sul patrimonio della diocesi si scopre che i palermitani sono stati sempre molto religiosi e generosi. Come è stata gestita questa generosità?
«Purtroppo non sempre bene. Basta riflettere su cosa è accaduto a tre grandi patrimoni: anzitutto quello dell´opera pia Monsignor Custo, che era in parte del seminario. Ci fu un periodo in cui fui economo del seminario, ma non responsabile di quel patrimonio. Ebbene, si verificò un contrasto fra il rettore del seminario e il presidente dell´opera pia. Risultato: il patrimonio fu svenduto. Già prima che io diventassi economo diocesano, invece, erano stati venduti i beni della congregazione di Maria Santissima del Fervore. Tanti anche quelli. Infine l´eredità del principe di Fitalia, che fu lasciata alla Chiesa di Palermo all´inizio del Novecento. Ai tempi della guerra c´era bisogno di soldi, è comprensibile. E qualche bene venne venduto. Ma al seminario resta ancora un volume con i censi dell´eredità che dovrebbero essere riscossi».
Nel suo dossier parla anche di un anonimo benefattore che nel 1970 donò 120 mila dollari all´allora cardinale Francesco Carpino. Che fine hanno fatto quei soldi?
«Il cardinale li utilizzò per creare la fondazione “Santa Rosalia” e li depositò alla Banca Commerciale. Fu stabilito che il reddito annuo derivante dall´investimento dei 120 mila dollari in alcune obbligazioni Enel sarebbe andato ai sacerdoti in situazione di particolare bisogno, ovvero all´arcivescovo in caso di sue dimissioni. La fondazione fu amministrata personalmente dal cardinale Pappalardo: per diversi anni l´allora amministratore, monsignor Sarullo, non seppe addirittura nulla della fondazione. Ne venne a conoscenza nel 1976, e fu motivo di contrasti con l´arcivescovo. Così si dimise».
Poi arrivò lei. Cosa accadde?
«Fino al 1980 neanch´io seppi nulla della fondazione Santa Rosalia. Poi il cardinale mi disse che i fondi si trovavano allo Ior, in Vaticano, e che dovevano essere amministrati regolarmente dall´ufficio amministrativo. Andai col cardinale a Roma, dove fui presentato a un funzionario dello Ior suo amico. Ci disse che in dieci anni la fondazione aveva raddoppiato il suo valore. Tornando a Palermo, azzardai l´ipotesi di acquistare con quella somma sette grandi appartamenti e di fruire del fitto. Ma il cardinale mi interruppe bruscamente dicendomi: “Pensi sempre a mattoni da edificare. Restano allo Ior e li amministro io”. Da quel momento non seppi più nulla della fondazione».
Pappalardo le passò mai denaro del fondo da inserire nelle entrate della diocesi?
«Dal 1983 al 1990, 41 milioni 174 mila 800 lire».
Hai mai saputo che entità avessero i due fondi?
«Un miliardo delle vecchie lire era nel “Santa Rosalia”. Altrettanto nel conto aperto al Banco di Sicilia».
Nel ´93 don Pino Puglisi chiese un aiuto a Pappalardo, per acquistare una palazzina di fronte alla chiesa di San Gaetano, destinata a diventare centro sociale. Al parroco di Brancaccio, che qualche mese dopo fu ucciso da Cosa nostra, arrivarono venti milioni di lire dal cardinale, per gli altri 200 milioni dovette approntare un mutuo.
«Puglisi me ne parlò, si aspettava un aiuto maggiore da parte della diocesi. Io cercai di aiutarlo dandogli indicazioni per il mutuo».
Ma allora come furono utilizzati i due miliardi gestiti dal cardinale?
«Sono state fatte altre opere di bene. Io so che c´era un sacerdote che aveva molti debiti di gioco, per un centinaio di milioni, e Pappalardo li ripianò. Altri soldi furono utilizzati per le necessità della facoltà teologica. Duecento milioni di lire, invece, per l´acquisto della sede del seminario».
Nel ´93 la polizia trovò un assegno firmato da Pappalardo negli uffici del costruttore di mafia Salvatore Sbeglia: quali rapporti la Curia intratteneva con lui?
«Io non ho mai avuto alcun rapporto diretto con la ditta di Sbeglia. Poi ho appreso che era il factotum cui ci rivolgevamo per tanti piccoli lavori ad avere rapporti con quell´imprenditore».
Si sente di fare autocritica per alcuni rapporti economici intrattenuti durante la sua gestione con alcune aziende palermitane?
«Siamo stati sempre molto prudenti. E non è mai accaduto nulla».

Pagina successiva »