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L’archivio di un cronista a Palermo

Scritto da Salvo Palazzolo il 16 maggio 2012 |  
Pubblicato nella categoria Il blog inchiesta

Generalmente, un cronista è geloso del suo archivio, costruito con fatica in tanti anni di attività. Io scrivo di mafia ormai dal 1992, ero uno smarrito aspirante collaboratore di “Tele Scirocco” il giorno che mi ritrovai a correre in via d’Amelio, dopo avere sentito un botto enorme. Ricordo di avere vagato disordinatamente almeno per un’ora fra i corpi dilaniati e le macerie di quella strage, senza riuscire a prendere un appunto, senza riuscire a cogliere un particolare utile da raccontare poi al mio caporedattore, Angelo Mangano. Tornai in redazione con il taccuino vuoto e le idee confuse. Di certo, iniziavo il mestiere di cronista nel peggiore dei modi, non comprendendo quello che vedevo, non comprendendo da che parte avrei potuto iniziare a raccontarlo.

Forse, per questa ragione da quel giorno ho iniziato a raccogliere tutto ciò che potesse farmi capire il perché di quella stagione del terrore. Così è nato un archivio, che contiene tutti gli sprazzi di verità raggiunti su quei fatti, gli indizi, le domande, le ansie e le speranze di tanti uomini e donne che non si sono rassegnati alla violenza, alle complicità, ma hanno continuato a cercare.

Nell’archivio che pubblico su questo blog – archivio della memoria, l’ho chiamato – troverete tutte le sentenze sulle stragi del ’92-’93 e molti atti di indagine riguardanti la trattativa fra mafia e Stato, alcuni anche inediti. Questo è l’archivio di un cronista a Palermo, ma in fondo non solo l’archivio di Salvo Palazzolo, è l’archivio che ogni cronista delle vicende di mafia conserva e continua a consultare per i suoi articoli e le sue inchieste. Credo che vent’anni dopo le stragi Falcone e Borsellino, questi documenti costituiscano un grande patrimonio che debba essere messo a disposizione delle scuole, delle università, delle associazioni della società civile, di tutti coloro che vogliono conoscere gli anni più drammatici della storia del nostro paese.



I materiali da consultare
L’archivio si apre con il capitolo riguardante il fallito attentato a Giovanni Falcone, del 1989, all’Addaura: le sentenze del primo processo e gli atti dell’ultima inchiesta condotta dalla Procura di Caltanissetta tratteggiano già tutti i misteri che continuano ad avvolgere le stragi del 1992. L’ombra di una talpa al palazzo di giustizia di Palermo, l’azione di rappresentanti infedeli dei servizi segreti, il depistaggio. L’archivio sulle stragi ripercorre soprattutto le difficili indagini di questi vent’anni: è come leggere un lungo racconto giallo, che inizia con le foto del primo sopralluogo della polizia scientifica sul cratere di Capaci e con la relazione di servizio del primo poliziotto giunto in via d’Amelio. Le requisitorie e le sentenze segnano poi il bilancio di quello che è stato scoperto, ma indicano anche le domande che restano ancora senza risposta. Gli interrogativi più inquietanti riguardano soprattutto i mandanti occulti e i concorrenti esterni delle stragi: anche in questo caso, l’archivio dei “pezzi mancanti” pubblica tutti provvedimenti di archiviazione che hanno riguardato, a Caltanissetta e Firenze, prima Dell’Utri e Berlusconi, poi Bruno Contrada, quindi una presunta cellula deviata dei servizi segreti sul Castello Utveggio di Palermo, e il filone mafia e appalti.

Sull’archivio si possono ripercorrere anche le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, che sta riscrivendo i restroscena della strage Borsellino: l’archivio pubblica pure un’inedita lettera appello del collaboratore a uno degli irriducibili di Cosa nostra, il boss Pietro Aglieri. Nel capitolo sulla nuova inchiesta di via d’Amelio ci sono poi gli ultimi provvedimenti scaturiti dalle dichiarazioni di Spatuzza e le drammatiche confessioni dei falsi pentiti Scarantino, Andriotta e Candura, che avevano depistato la prima indagine sulla strage Borsellino. A proposito di quel clamoroso errore giudiziario, un’ombra inquietante emerge dalla documentazione inviata dall’Aisi alla Procura di Caltanissetta, da cui emerge che l’ex questore Arnaldo La Barbera, il coordinatore del gruppo d’indagine Falcone Borsellino, era stato in passato un collaboratore dei servizi segreti.

La lotta alla mafia dovrebbe essere soprattutto ricerca della verità. Ecco allora il contributo di questo archivio multimediale: è soprattutto l’occasione per fare il punto sui risultati giudiziari ottenuti e sulle verità ancora nascoste. Per continuare a cercare.

La nuova politica che avanza

Scritto da Salvo Palazzolo il 22 aprile 2012 |  
Pubblicato nella categoria Il blog inchiesta

Ho scritto su Repubblica del 20 aprile la storia di un giovane candidato, che è impegnato in un quartiere molto difficile di Palermo, l’Arenella.
Il candidato a colloquio con il trafficante
accuse a ruota libera contro pm e pentiti

DI UNO dei pubblici ministeri che ha indagato sulla strage Borsellino diceva: «Minchia, questa è una p…». Del pentito Francesco Campanella non aveva un’ idea migliore: «Sta inguaiando.. sta combinando danni con tutti». Non è proprio una bella conversazione quella che si tenne il 5 febbraio 2007 tra Andrea Mineo, oggi candidato al consiglio comunale per Grande Sud, e il trafficante di droga Pietro Scotto, appena uscito dal carcere.

È doveroso precisare, e questo risulta dalle indagini della Dia, che Scotto era andato a trovare il padre di Andrea Mineo, Franco, attuale deputato regionale della formazione di Gianfranco Miccichè. Tanto che queste ed altre intercettazioni hanno portato Mineo senior a processo, con l’ accusa di essere stato il prestanome di un boss dell’ Arenella, Angelo Galatolo. Dall’ indagine è invece rimasto fuori il figlio di Mineo. I dialoghi che seguono sono dunque solo l’ ennesima fotografia di una certa politica palermitana.

Sullo sfondo, c’ è l’ agenzia di assicurazione dei Mineo, in via Papa Sergio, all’ Arenella. Erano le 15 di un pomeriggio invernale quando la microspia del centro operativo Dia di Palermo iniziò a trasmettere un fiume di parole. Pietro Scotto, trafficante assolto dalla strage Borsellino, disse: «Minchia un pericolo è questa… ». Mineo padre sussurrò: «Anna Maria Palma…». Ovvero, uno dei magistrati più impegnati sul fronte antimafia. Scotto raccontò: «Mi ci sono litigato». E Andrea chiuse il quadretto: «Minchia, questa è una p…».

Ancora più inquietante la conversazione che qualche minuto dopo avvenne fra Andrea Mineo e Pietro Scotto. Scrive la Dia nel rapporto che adesso il pubblico ministero Pierangelo Padova ha messo a base del suo atto d’ accusa in tribunale: «Entra nell’ ufficio la segretaria dell’ assessore e gli passa il cellulare, c’ è una persona al telefono». All’ epoca, Mineo era infatti assessore al Comune di Palermo, con delega ai mercati. Mentre Franco Mineo si intrattiene al cellulare, il figlio parla con Scotto. E la discussione cambia all’ improvviso argomento: «Ora c’ è questo Campanella», dice Andrea Mineo, che all’ epoca aveva 20 anni. Scotto raccolse subito l’ argomento: «È un cornuto questo Campanella». E fu a quel punto che Mineo junior commentò: «Sta combinando danni con tutti». E poi ancora: «Quei figli di pulla dei pentiti».

Ma perché tanto livore dei Mineo contro i magistrati di Caltanissetta e i collaboratori di giustizia? Nelle settimane precedenti, i pm avevano convocato Mineo senior per chiedergli delle sue frequentazioni con Gaetano Scotto, il fratello di Pietro, ritenuto il trait-d’ union fra Cosa nostra e alcuni ambienti deviati dei servizi segreti. Al proposito, la versione di Franco Mineo è stata sempre una: «Nel quartiere ci si conosce tutti, sin da bambini. E io poi sono l’ assicuratore di centinaia di persone all’ Arenella».

Dei profili penali riguardanti Mineo senior si occuperà naturalmente il processo in corso al tribunale di Palermo. Mineo junior è invece adesso al centro di un caso politico, per quella brutta conversazione con un trafficante di droga. È il secondo caso nel giro di pochi giorni che scaturisce dal processo Mineo: l’ altro imputato (per malversazione) è Settimo Trapani, candidato del Pd come presidente della circoscrizione. Ieri sera, i suoi sostenitori hanno sfilato per le vie dell’ Arenella con una fiaccolata. E hanno anche scritto una lettera aperta: «Quella di Settimo è una candidatura di ribellione, di rottura contro quel sistema politico che per anni ha soffocato e preso in ostaggio le nostre borgate». Che si traduce così: dopo essere stato indagato, Trapani ha fatto alcune dichiarazioni in Procura, mettendo ulteriormente nei guai Franco Mineo. Sono giorni movimentati all’ Arenella, divisa fra i sostenitori di Mineo e quelli del suo ex braccio destro. Ma al di fuori dell’ Arenella continua a esserci disagio nel centrosinistra per un candidato sotto processo.

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